L’ IMPORTANZA DELLA NATURA NEL GIOCO

La dimensione in assoluto più spontanea e naturale in cui vivono i bambini quando sono lasciati liberi di esprimersi nella natura è la dimensione del gioco. Il gioco è un fenomeno esistenziale profondo, che riveste un ruolo essenziale nel processo di crescita, di formazione e sviluppo integrale della persona. In greco “bambino che gioca” suona pàis pàizon, espressione che rileva immediatamente la comune radice del termine bambino e dell’attività ludica. Il gioco infatti appartiene innanzitutto al bambino: è la sua prima attività spontanea, che egli vive con grande coinvolgimento e serietà, e attraverso la quale incomincia a conoscere se stesso e ad entrare in relazione col mondo. Il gioco è un’attività motivata dall’interno, e costituisce un mezzo attraverso il quale l’ambiente viene sperimentato e conosciuto, la realtà manipolata e trasformata. I bambini giocano ad attività che riproducono il mondo del reale, il proprio vissuto e il suo ricordo, e al contempo sviluppano l’immaginazione e la capacità di simbolizzazione. Nel rielaborare il reale, nel giocare, il bambino compie un atto interpretativo, ermeneutico, elaborativo: il bambino interpreta il mondo e lo gioca. L’esperienza ludica viene considerata capace di rispondere e soddisfare i bisogni autentici dell’infanzia. La comunicazione, la socializzazione, il fare da sé, la costruzione creano nel gioco l’occasione per espandere ed esprimere le potenzialità formative del bambino. Il gioco è per sua natura educante: è infatti attraverso di esso che il bambino impara a sperimentare il valore delle regole, a stare con gli altri, a gestire le proprie emozioni, a scoprire nuovi percorsi di autonomia e a sperimentare per tentativi ed errori le sue convinzioni sulle cose e sugli altri.

Il gioco è in stretta relazione anche con l’estetica e la creatività del pensiero. “Il sentimento del bello è il fondamento del gioco, l’arte nasce proprio da quel particolare stato di grazia, disinteressato e a-finalistico, sottratto all’influenza del sensibile, che è il gioco. L’attività ludica è esercizio di esteticità e l’arte è superiore manifestazione della libera potenza creativa del gioco” (Friedrich Schiller, 1759-1805). Anche Howard Gardner coglie il collegamento tra gioco, immaginazione e arte. Egli si sofferma sulla capacità di simbolizzazione dei bambini come forma primaria di meta rappresentazione in cui un oggetto viene trattato come se fosse un altro. In questo modo i bambini mostrano di essere in grado di andare oltre il mondo dell’esperienza colto con i sensi e di immaginare. Il gioco ha una natura fluida, sfuggente, libera e potente; l’immaginazione libera dai vincoli dello spazio e del tempo e proietta in un mondo in cui tutto è possibile.

Il gioco è anche l’asse, lo sfondo, sul quale si disegna la personalità; l’identità del bambino può costruirsi e consolidarsi. Per questo il gioco è campo privilegiato di osservazione in quanto, per la spontaneità che lo contraddistingue, costituisce un contesto valido nel quale è possibile osservare vari e diversi stili individuali nonché peculiarità attinenti ad ogni singolo bambino. Secondo Friedrich Froebel il gioco riflette “il più alto grado dello sviluppo dello spirito umano. Il gioco costituisce il più alto grado di sviluppo del bambino, dello sviluppo dell’uomo in questo periodo, poiché è la rappresentazione libera e spontanea dell’interno, la rappresentazione dell’interno per necessità ed esigenza dell’interno stesso. Il gioco è la manifestazione più pura e spirituale dell’uomo in questo periodo e insieme l’immagine e il modello della complessiva vita umana, dell’intima, segreta vita naturale nell’uomo e in tutte le cose. Esso procura quindi gioia, libertà, contentezza, tranquillità in sé e fuori di sé […]. Un bambino che gioca tranquillo, spontaneo, quieto, costante fino a stancarsi fisicamente, diventerà certo un uomo attivo, tranquillo, capace di creare con sacrificio il proprio bene e l’altrui […]. Il gioco non è semplice trastullo ma ha grave serietà e profondo significato”.

Rispetto al ruolo dell’educatore Donald Winnicott ci dice che l’educatore dovrebbe predisporre un ambiente nel quale i bambini possano immergersi e perdersi nell’attività ludica, quindi svuotare ambienti troppo pieni, smontare oggetti troppo costruiti, e poi farsi egli stesso da parte, entrare in un mistico silenzio. “Le persone responsabili debbono essere disponibili quando il bambino gioca; ma questo non vuol dire che la persona responsabile debba entrare nel gioco dei bambini. Quando un organizzatore è costretto nella posizione di animare il gioco, questo significa che il bambino o i bambini non sono in grado di giocare in senso creativo”. L’educatore è anch’egli impegnato in attività e lavori che gli tengano occupate le mani e che al contempo gli permettano di essere leggero nel pensiero. In questi gesti si racchiude quella che sarà la trasformazione naturale del gioco del bambino nel lavoro dell’adulto.

Per la ricchezza di stimoli che offre, per il coinvolgimento sensoriale che mette in atto, per la libertà di movimento, per la diversità degli ambienti, per la sua natura vivente, per la possibilità di agire, trasformare, costruire, creare, per lo stato rilassamento cui conduce, la natura costituisce un ambiente molto favorevole al gioco libero del bambino. Tutti i pedagogisti ricordati e le proposte educative che ad essi si ispirano vedono il gioco e la natura come un binomio inscindibile. Edith Cobb, in The Ecology of Imagination in Childhood ci spiega come il gioco e l’immaginazione abbiano bisogno della natura, di un intimo contatto con l’ambiente naturale per crescere e svilupparsi, mostra come “la base poetica della mente abbia bisogno del nutrimento fornito dei fenomeni naturali. L’immaginazione non può realizzarsi senza l’immersione nel mondo naturale, […] l’immaginazione infantile dipende completamente da questo intimo contatto con l’ambiente. L’immaginazione non cresce da sola dentro le pareti domestiche”.

Quando si parla di infanzia, di gioco e di natura, c’è un altro elemento imprescindibile che li anima e li unisce, e questa è la dimensione spirituale. Froebel vedeva nel gioco la più pura manifestazione dello spirito, Maria Montessori vedeva nell’attività spontanea dei bambini il manifestarsi di forze spirituali. Huizinga porta il gioco su un piano ontologico: il gioco esiste perché esiste lo spirito. “Insieme al gioco però si riconosce anche, volere o no, lo spirito. Perché il gioco, qualunque sia la sua essenza, non è materia. Oltrepassa già nel mondo animale i limiti dell’esistenza fisica. Riguardo a un mondo di immagini come determinato da un mero rapporto di forze, il gioco sarebbe una sovrabbondanza nel senso proprio della parola. Solo per l’influenza dello spirito, che abolisce l’assoluta determinatezza, l’esistenza del gioco diventa possibile, immaginabile, comprensibile. L’esistenza del gioco conferma senza tregua, e in senso superiore, il carattere sopralogico della nostra situazione nel cosmo.”

In tutti gli autori che hanno sentito e riconosciuto il valore e l’importanza della natura c’è sempre stato contemporaneamente uno sfondo, un anelito, spirituale, esistenziale, come se la natura rimandasse continuamente al soprannaturale, e il senso di unione spirituale al naturale. L’educazione naturale di Rousseau che mette il bambino al centro come individuo, il pensiero di Froebel, che si sviluppa sulla base della sostanziale unità tra natura e spirito, l’educazione cosmica di Maria Montessori, l’educazione dell’intelligenza spirituale e naturalistica in Gardner, sono tutti approcci che ci indicano un’imprescindibile connessione e interdipendenza tra il naturale e lo spirituale. La tensione spirituale è infatti presente in ognuno, sin dalla nascita. Froebel parla di un essere umano in cui alberga un’essenza divina, Maria Montessori del periodo sensitivo dell’anima, Howard Gardner dell’intelligenza esistenziale o spirituale. Tutti convergono nell’affermare la necessità di riconoscere e dare voce alla parte spirituale dell’essere umano. Nel bambino piccolo questa si manifesta innanzitutto come entusiasmo (en theos, in dio), senso di meraviglia e rispetto verso tutto il creato. Egli è ancora così unito con tutto ciò che lo circonda che ogni sua esperienza, ogni cosa con cui entra in contatto lo penetrano profondamente. Il bambino è incantato di fronte alla natura e ai suoi fenomeni e vive interiormente un grande senso di stupore e gratitudine. Ogni cosa che dalla natura riceve è per lui come un dono, una rivelazione. Basta osservare i bambini in giardino quando fanno le loro prima scoperte: un fiore che sboccia, un ragno che tesse la sua tela, un uovo che si schiude, un gattino che viene al mondo. “Sono gli innumerevoli prodigi della natura a destare nel bambino piccolo un sentimento di meraviglia e venerazione, un sentore della sublimità e della grandezza della Terra e del suo Creatore.” Attraverso il nostro esempio e il contatto con l’ambiente naturale quello che possiamo offrire ai bambini è un “riverente rispetto per la creazione, per la natura, per tutto ciò che ha creato la mano dell’uomo, dal quale può svilupparsi anche un reverente rispetto per gli uomini” (Marieke Anschutz, in Educazione religiosa).
“I bambini per la loro innocenza possono sentire anche in modo più puro e più intenso degli adulti il bisogno di Dio, la sua presenza; anche se meno distintamente di essi. L’animo loro sembra più aperto all’intuizione divina che non sia quello degli adulti nonostante la loro intelligenza già perfettamente sviluppata e usa al raziocinio.” Maria Montessori riconosce nei bambini un’apertura verso la dimensione spirituale, un periodo sensitivo dell’anima che si manifesta durante l’infanzia dell’essere umano e vede nella natura l’ambiente più favorevole perché esso trovi lo spazio per crescere e germogliare. “Fu pure uno dei nostri scopi di aiutare i bambini e innalzare l’anima a Dio creatore, nell’osservazione della creazione. Si sa che è molto adatto ai fanciulli il lavoro di coltivare fiori e di osservarli intelligentemente. La crescenza degli esseri viventi, i fenomeni che essi possono presentare – le metamorfosi, sono considerate in genere mezzi adatti a svolgere un sentimento di ammirazione della natura” (Maria Montessori).L’intelligenza naturalistica e l’intelligenza esistenziale o spirituale, la prima legata ad un profondo interesse per l’ambiente naturale, la seconda ad un profondo interesse per i grandi temi esistenziali, sono profondamente legate tra loro: se pensiamo ai primi filosofi occidentali possiamo osservare che la nascita della filosofia è legata ai grandi interrogativi che sorgevano al cospetto della natura di fronte alla quale non si poteva provare che un profondo senso di stupore e meraviglia. “Il provar meraviglia sorregge al filosofia e la domina dall’inizio alla fine” diceva Heidegger. Lo stesso discorso potremmo farlo per la nascita delle religioni che fin dall’origine si presentavano connesse al cosmo e ai fenomeni naturali, celesti e terrestri. “Tutte le manifestazioni della cultura, anche di quella contemporanea, risalgono ai nostri primi rapporti con la terra, hanno a che fare con la celebrazione della vita” (Martin Heidegger, 1889-1976).

Nella storia delle religioni si parla di animismo dei popoli primitivi così come di alcune società africane ancora esistenti. Ma chiunque abbia avuto la possibilità di osservare da vicino un bambino non può non avere notato come egli attribuisca la vita e un’anima a tutte le cose. Quando un bambino va a sbattere contro lo spigolo del tavolo, si arrabbia con il tavolo che gli è andato addosso. Egli ha una tendenza naturale, chiamata in psicologia percezione fisiognomica, di percepire forme, colori, suoni come affetti vitali: colori felici, tristi, arrabbiati. Tutto ciò che lo circonda prende vita e si colora con i moti della sua anima. Il bambino si sente unito con il mondo in cui è immerso, se ne sente parte integrante.
Il bambino si sente parte dell’universo e della natura, ha una visione ecologica del mondo animata dal sentimento della sua anima. L’amore e il rispetto per la natura non sono quindi valori da instillare dal di fuori ma sono impulsi che nascono dall’interno, bisogni primari che vanno soddisfatti. Qui sta la responsabilità dell’adulto ad avere cura di educare, nel senso originario del termine, cioè di tirare fuori queste qualità che sono già presenti nel bambino e che, come tutti i semi, potranno germogliare solo se trovano l’ambiente adatto. “L’educatore con il suo intervento dà la possibilità a quest’uomo più grande che preesiste nell’interiorità del bambino, di espandersi: non lo crea ma si limita a liberarlo.”

“Io riconobbi attraverso l’intera natura come una regola alla quale fossero sottomesse le quiete e belle piante di fiori. Da allora in poi la vita naturale e umana, la vita dei fiori e dell’animo, apparve ai miei occhi non più slegata, e considerai le mie fioriture, simili ad angeli, come se mi aprissero il gran tempio divino della natura “.

Friedrich Froebel

Lettera di una figlia adottiva ad una madre assente

Vediamo un esempio di emozioni e sentimenti che si cercano di tirar fuori attraverso la scrittura, utilizzata nella relazione di aiuto.                                         Cara mamma, posso chiamarti cosi’, vero? Sai e’ la prima volta che pronuncio questa parola veramente. Ieri, la mia seconda mamma mi ha detto tutto, mi ha rivelato di non essere la mia vera madre e mi ha lasciata libera di cercarti, ma non con poco dolore. Sicuramente, non saprai che esisto, perche’ secondo te sono morta li’, dentro quella scatola in cui tu mi hai abbandonata, sperando di allontanare con me tutti I tuoi dispiaceri, le tue incertezze, coprendo il tutto con un velo di dolore. Non riesco ancora a capire cio’ che ti abbia spinto a compiere questo gesto. Una parte di me ti odia perche’ non riesce ancora a giustificarti, non accetta che tu mi abbia lasciata li’, sola, senza nessuno, abbandonata ai quattro venti, in attesa di morire. Mentre un’ altra parte di me, piange e nel dolore riesce a trovare la gioia che nasce dal bisogno impellente di vederti, di recuperare insieme il tempo passato, e sarebbe capace di giustificare quel gesto che mi ha cambiato la vita, con l’ amore. Devo essere sincera con te. Quando ho saputo la verita’ avrei preferito non essere mai nata piuttosto che provocarti un cosi’ grande dolore da spingerti a tanto. Ho addirittura pensato che sarebbe stato meglio finire in un orfanotrofio, piuttosto che dover scegliere tra due madri. Anche se non ti conosco gia’ ti voglio bene. Anche se non posso vederti gia’ ti immagino, vedo I tuoi occhi uguali ai miei. Immagino il tuo viso segnato da tanto dolore che sicuramente ti avra’ accompagnato durante il corso della tua vita. Spero che dopo di me avrai avuto qualche altro bimbo e che ora sia li’ con te, mentre lo abbracci, lo coccoli donandogli l’ affetto che mi hai negato. Vorrei essere al suo posto. Da oggi in poi rivolgero’ a Dio una preghiera in piu’, glichiedero’ di osservarti e di donarti quella pace del cuore che, fino ad oggi, sicuramente non hai trovato. Spero con questa preghiera di renderti consapevole della mia esistenza, e di renderti partecipe, anche se inconsapevolmente, della mia vita. Quanti bei momenti avremmo potuto passare insieme. A volte mi fermo, chiudo gli occhi e ti penso. Penso a quello che avrai passato tenendomi con te per nove mesi, , donandomi (spero) tuttoil tuo amore, pur sapendo di dovermi abbandonare. E mio padre? Chissa’ chi e’, forse un tuo compagno di scuola che mi ha odiata subito dopo aver scoperto di avermi concepito? Non ti odio per quello che mi hai fatto. Rimpiango solo di non poterti vedere, di non poterti riempire di soddisfazioni, cercando di ripagarti per quel male che ti ho procurato. Vorrei farti capire come possa essere bello essere madre. Se solo prima di compiere quel gesto tu avessi pensato a quanta gioia avrei potuto donarti, adesso sarei li’, con te, ovunque tu sia, magari saremmo state felici insieme. Chissa’ se ti sei mai chiesta come molte madri oggi: Che madre saro’? Saro’ in grado di educare bene questa creatura? Magari continui ancora a chiedertelo, rimpiangendo di non avere mai avuto la gioia di sentirti chiamare “mamma”. Chissa’ se qualche volta mi pensi e speri di incontrarmi anche tu e magari di riscoprire l’ ebbrezza della maternita’, anche se in ritardo. So bene che non riceverai questa mia lettera, perche’ io non so chi sia tu, non so per ora dove ti trovi, magari sei molto lontana o addirittura sei qui’, vicino a me, ma io non posso saperlo perche’ non ti conosco nella realta’, ma solo nei miei sogni. Ti ho scritto perche’ volevo farti capire quanto saresti stata inportante per me e quanto ora, che so della tua esistenza, mi stia mancando. Avrei voluto gioire del tuo amore, avrei voluto piangere per I tuoi rimproveri e magari litigare con te per poi riappacificarci. Avrei voluto ridere con te per le mie monellerie, avrei voluto sentirti gioire alla prima sillaba mal pronunciata, avrei voluto abbracciarti. Ma perche’ mi hai negato tutto questo? Dopo che tu mi hai abbandonata ho dovuto sorridere ad un’ estranea, che mi ha donato tutta se stessa, ma che non eri tu. Voglio bene alla mia seconda mamma, la rispetto e la considero come te, cercando di vedere in lei due madri, ma none’ facile. So bene che, da qualche parte in questa terra, c’ e’ un cuore di madre che palpita per me, e anche se mi hai abbandonata sono certa di non essere sola, perche’ il tuo cuore sara’ sempre con me. 

Antonella Spinnato

Adozione e scuola:L’ inserimento scolastico

Avendo affrontato l’ argomento dell’ inserimento sociale dei bambini con autismo, voglio trattare anche l’ inserimento scolastico dei minori adottati per potenziare il bisogno di insegnanti che siano in grado di adattarsi continuamente in base ai propri studenti per attenuare le difficolta’ e mediare le diverse istanze culturali all’ interno della comunita’ scolastica. L’ attenzione va’ centrata sulle problematiche di cui gli insegnanti dovrebbero tener conto al momento di accogliere in classe il bambino ossia discontinuita’ e abbandono scolastico prima dell’ adozione,  discriminazione di genere (Paesi in cui le femmine spesso non sono scolarizzate) e lacune nelle abilita’ di base dovute alla diversita’ del sistema didattico ed educativo.                 L’ inserimento scolastico e’ un evento molto importante per il bambino e la sua famiglia. Spesso egli e’ chiamato ad affrontare un nuovo contesto sociale quando non ha ancora acquisito gli strumenti di base e la sicurezza emotivo/affettiva necessari per affrontare un altro cambiamento. Per questo motivo riguardo la classe di inserimento sarebbe preferibile optare per una classe inferiore piuttosto che far iniziare al bambino un percorso tutto in salita per una errata concezione di recupero del tempo perduto che deve essere graduale per consentire un recupero a lungo termine ed evitare cosi’ che l’ ansia del recupero possa  essere controproducente. Per far cio’ sono necessari la serenita’ della famiglia e l’ ottimizzazione degli interventi degli insegnanti che devono essere formati per agire insieme scuola e famiglia, distinguendo bene I diversi ruoli ma concorrendo alla medesima finalita’ che vede come protagonista il bambino.        La fiducia e la collaborazione tra famiglia e insegnanti sta alla base della conoscenza della storia personale di ogni alunno e nello specifico quella adottiva. In quanto l’ inserimento scolastico e’ il secondo inserimento in ordine di importanza e rilevanza dopo quello familiare, la scuola costituisce un “banco di prova” per bambini, genitori e insegnanti stessi. Essa puo’ rappresentare inoltre il riemergere di una situazione che il bambino cerca piu’ o meno inconsapevolmente di dimenticare, dove ci sono regole da rispettare e adulti che le applicano, simili a quelle dell’ istituto dove e’ vissuto prima dell’ adozione. Per affrontare il tema della storia personale la scuola deve avere il consenso della famiglia ed essere disposta a collaborare con I genitori per individuare l’ approccio piu’ idoneo che non penalizzi il bambino ne’ il gruppo classe o la programmazione educativa e didattica dell’ insegnante. Ugualmente deve essere posta attenzione sul linguaggio da utilizzare, in quanto il modo in cui vengono affrontati gli argomenti puo’ produrre stati d’ animo positivi come fiducia e coraggio o al contrario negativi come vergogna e paura. Non bisogna, infine, forzare il racconto del bambino, ma aspettare e rispettarne I tempi, peraiutarlo a fronteggiare le sue emozioni e a riconoscersi positivamente come persona degna di accettazione, stima e rispetto. Occorre, inoltre, favorire l’ osservazione, l’ ascolto, la comprensione delle dinamiche implicate nelle relazioni tra l’ alunno e l’ insegnante e tra l’ insegnante e il gruppo classe. Ci si augura che ben presto la Scuola attui un progetto che costituisca un ponte tra due mondi finora quasi a se’ stanti mediante un modo nuovo di azione che diventi un esempio di buone prassi da seguire per comprendere ed accogliere pienamente le tante specificita’ del rapporto bambino adottato-scuola e trovare, per ciascuna di queste, un’ adeguata risposta.

Dott.ssa Indovino Vanessa

L’inclusione scolastica dei bambini autistici

Ultimamente nelle scuole si verificano episodi di bullismo o esclusione sociale, dunque viene da porsi qualche domanda: che cosa e’ cambiato nella scuola e perche’ sta venendo meno il patto educativo scuola-famiglia?. Prendendo spunto da cio’ riporto il mio pensiero in merito facendo un passo indietro e ricordando le trasformazioni che si sono avute nel tempo per quanto concerne le persone con disabilita’ dove nel Medioevo venivano emarginate, nel 1500-1600 carcerate e nel 1800-1900 nascono le prime strutture specializzate, mentre nel 1923 con la Riforma Gentile si formano le classi differenziate. Nel 1930 abbiamo le ” Scuole Speciali” con l’ inserimento di bambini con malformazioni gravi. Nel 1970 nelle scuole non si parla piu’ di separazione ma di integrazione di persone con disabilita’ inserite in classi comuni con personale preparato in materia. Nel 1988 e’ presente una programmazione integrata ed entrano piu’ figure nel progetto educativo scolastico. Con la Legge 104/1992′ conosciuta come Legge Quadro si sancisce il diritto allo studio per le persone con disabilita’. Con questa legge vengono considerate tutte le loro potenzialita’ e possibilita’, ed e’ prevista una programmazione della “Cura educativa” tramite il PEI (Progetto Educativo Individualizzato). Questa legge si appoggia alla Pedagogia Speciale che si e’ proposta di sostituire alcune terminologie a livello linguistico ma I punti di domanda a tal proposito sono: Cosa cambia nella gestione concreta per offrire aiuto alle persone considerate “Speciali”? Prendiamo il caso di un ragazzo con autismo che ha bisogno di una “Classe Speciale” cio’ non equivale a discriminarlo ma, al contrario, ad aiutarlo in quanto I suoi deficit non sono lievi, come altre forme di disabilita’, ma presentano delle anomalie nel comportamento, nella comunicazione e immaginazione. I bambini con autismo non comprendono I codici linguistici se non hanno un mediatore che faciliti la relazione con gli altri alunni. Cio’ puo’ divenire controproducente favorendo episodi di emarginalita’ in quanto non vi e’ conoscenza e comprensione del disturbo da parte di educatori, bambini e personale ausiliario. Chi non conosce l’ autismo non lo puo’ includere perche’ non capisce cosa puo’ infastidire o meno chi ne e’ colpito e perche’ manifestano determinate stereotipie come il battere le mani sulle gambe o il dondolarsi, dovute alla noia o all’ attesa, utilizzate per percepire la loro presenza dal momento che possiedono due sensi in piu’ rispetto a noi. Proprio per questo l’insegnante ha il compito di spiegare cosa si intende con il termine autismo, con parole adatte alla loro eta’, ovvero deficit nella relazione che comprende manifestazioni di ansia, alterazioni sensoriali e deficit delle funzioni educative e dell’ attenzione. Una persona che presenta tali difficolta’ e’ ovvio che non e’ in grado di seguire all’ interno di una classe mista, in quanto andrebbero prima abilitati alla comprensione di cio’ che solitamente I bambini neurotipici apprendono da se’, fin dalla primissima infanzia, vedendolo fare agli adulti attraverso l’ imitazione. Mentre per loro e’ fondamentale un intervento educativo che stimoli l’ apprendimento delle regole sociali, il linguaggio, l’ intenzionalita’ e le emozioni, sviluppando teorie della mente e cercando sempre di intuire se hanno capito o meno e monitorando di continuo gli apprendimenti che possono regredire. Devono imparare a realizzarsi, ovvero a dare risposte opportune andando oltre I riduttivi si e no. Hanno bisogno di prevedibilita’ perche’ non sanno organizzare il loro tempo, presentano mancanza sociale di interessi o ne hanno di ristrettissimi e vanno continuamente stimolati. Devono imparare strategie per la risoluzione di problemi che mutano costantemente e di contro anche le risposte, per avere una visione complessiva delle cose e strategie di autoregolazione del comportamento e gestione delle emozioni proprie e altrui. Vanno abilitati a conoscere e manifestare in quanto non sono in grado di sentire l’ altenarsi caldo/freddo.                                                     La scuola italiana non e’ pronta ad accogliere soggetti con spettro autistico per riuscire e’ necessario si avvalga del coinvolgimento della famiglia ai fini di un patto educativo efficace e programmi un intervento didattico che presupponga una visione complessiva dei deficit e dei punti di forza e attitudini che si possono evidenziare soltando imparando a conoscere l’ alunno. 

Dott.ssa  Indovino Vanessa

Rendere forti I nostri figli

E’ fondamentale l’ottimismo dei genitori nei confronti della vita e l’attitudine ad affrontare con energia i conflitti e le difficoltà. I figli osservano il modello offerto dai genitori, la loro fiducia interiore, le loro modalità di approccio alle difficoltà, di affrontare e gestire i problemi, di riconoscere ed elaborare i vissuti spiacevoli e le delusioni, prendendo l’esempio offerto come modello di comportamento.   Attraverso l’interazione con i genitori e con gli adulti si da senso alla realtà esterna. Se il bambino vive in un contesto accettante e positivo, vedrà la realtà in modo ottimistico e positivo. Se vive in un contesto in cui viene sempre rilevato l’errore o gli aspetti negative della realtà, allora può diventare una persona che pensa in modo pessimista.                   Un genitore che ha una visione della vita come pericolosa e fonte di continue ansie, la trasmetterà al figlio. tali convinzioni si trasmettono non solo attraverso le parole che si dicono, ma anche attraverso gli atteggiamenti e altri aspetti non verbali.                                                                          Molti genitori credono che i bambini per sviluppare un’alta autostima debbano essere protetti in modo da non dover mai sperimentare la frustrazione. Questo atteggiamento favorisce nei bambini tentativi difensivi di evitamento dei fallimenti e difficoltà a riconoscere i propri limiti. Il feedback negativo è invece una realtà per tutte le persone ed è una componente necessaria del processo di autovalutazione.                                                    Un’altra opinione diffusa è che i figli dovrebbero sperimentarsi in una ampia gamma di attività uscendone vincitori. Questo stile educativo è eccessivamente focalizzato sul risultato.

Infine ci può essere un atteggiamento genitoriale freddo e distaccato che, per i figli equivale a una punizione e ad un rifiuto della loro persona.

Coopersmith ha rilevato l’esistenza di tre condizioni nell’ambiente familiare di bambini con alta autostima:

1. accettazione e sviluppo di un sano senso di appartenenza alla famiglia

2. aspettative di comportamento adeguate all’età dei figli; limiti e regole ragionevoli, chiare, non rigide né arbitrarie

3. viene riconosciuta l’individualità dei figli, la loro unicità e il pensiero autonomo.

Di fondamentale importanza sono anche il saper ascoltare i propri figli, l’incoraggiare in loro l’espressione dei sentimenti negativi e saper fare apprezzamenti realistici immediati e specifici.

Spesso la timidezza dei genitori può rendere timido il bambino, che tende ad assorbire la paura degli altri e del loro giudizio. Se i genitori faticano a stringere nuove amicizie, evitano i contatti sociali, il bambino tende a seguire il loro esempio. E si stupisce quando viene stimolato dai genitori a afre ciò che loro stessi non riescono a fare.                                                Quindi per aiutare il figlio a superare la timidezza è importante che i genitori si confrontino prima con le proprie paure.                                                                  La timidezza può essere dovuta anche a iperprotezione, eccesso di autorità, critiche o rimproveri esagerati, derisioni, confronti umilianti, la tendenza a dargli l’etichetta di timido.

I bambini timidi sono contesi fra due forze contrarie: da un lato il senso di inferiorità e dall’altro il “desiderio di grandezza” che può spingerli ad aspirazioni eccessive. Per aumentare la fiducia in se stessi e la propria autostima è importante sia rafforzare le loro reali capacità (spesso di sensibilità, intuito, immaginazione e capacità introspettive) ma anche riconoscere i limiti ridimensionando le pretese eccessive.                                                                          E’ importante inoltre aiutare il bambino a riconoscere i propri impulsi aggressivi di cui spesso ha paura e ad esprimerli liberamente.

Educare all’ aggressivita’

1. ANCHE LA RABBIA È UN SENTIMENTO NATURALE che si può esprimere senza che accada nulla di irreparabile e senza che venga meno l’affetto che si prova per una persona.

2. C’È MODO E MODO DI ESPRIMERE L’AGGRESSIVITÀ: è osservando gli adulti che il bambino impara che la rabbia può essere manifestata senza grida, insulti, violenza. i genitori che riescono a dominare i propri impulsi aggressivi ma facendo capire di essere arrabbiati, offrono al bambino un buon esempio da seguire.

3. L’AGGRESSIVITÀ È UN IMPULSO VITALE MA NON DEVE DOMINARE LA NOSTRA VITA E LE RELAZIONI CON GLI ALTRI: è una lezione che il bambino impara quando vede i genitori reagire alle frustrazioni ed affrontare i conflitti senza andare fuori dai gangheri; quando si dimostrano disposti a lasciare perdere, quando concedono agli altri il beneficio del dubbio prima di aggredirli con accuse.                                      Il bambino che dice sempre “no” usa l’opposizione, la sfida e la ribellione per affermare se stesso, proprio come faceva a due anni.

Crescendo questa componente di base del carattere gli serve per sviluppare qualità positive, come l’autonomia di giudizio, la capacità di produrre idee, l’inventiva. ma anche difetti come il perfezionismo che lo rende un “eterno insoddisfatto”.

Spesso i genitori reagiscono alla sua disubbidienza con atteggiamenti autoritari e punitivi con il risultato di aumentare la sua opposizione.

Spesso è più sensibile di altri bambini ed è molto critico anche con se stesso “che stupido, potevo fare meglio…” e non solo verso gli altri.

E’ importante armarsi di pazienza e cercare di arrivare al cuore del piccolo “oppositivo” assumendo un atteggiamento opposto al suo: fluido, accomodante, fiducioso, tollerante; creando un clima sereno in cui è più disposto ad ascoltare gli altri e affidarsi.

Meglio lasciargli la maggior autonomia possibile senza rinunciare ad imporgli limiti e regole, ma concedendogli sempre un piccolo margine di libertà, per non farlo sentire in gabbia.

Il bambino pigro per temperamento ha più bisogno di altri di essere stimolato: cosa che invece si tende a fare meno, proprio perché è sempre tranquillo e non chiede mai niente. E’ invece necessario incoraggiarlo ad essere più attivo e autonomo, offrendo le occasioni per sviluppare queste capacità: per gradi naturalmente. La fretta lo spaventerebbe.

BIBLIOGRAFIA

– Anna M.B e Silvia V.F, 1998, I bambini sono cambiati. Mondadori.                                                        –  Coopersmith Self-Esteem Inuentory, Coopersmith, 1967, 1984; Rosenberg 1979.

l’ importanza della favola nella formazione del bambino

Quando si tratta di motivare adeguatamente i figli, molti genitori incontrano serie difficoltà e spesso, invece di spronarli, tendono, inconsapevolmente, a scoraggiarli. Indispensabile presupposto per una corretta motivazione è che le richieste che provengono da genitori corrispondano alle concrete possibilità e capacità del bambino e vengano formulate in un linguaggio a lui comprensibile. E’ per questo che le favole si prestano in maniera eccellente a superare le barriere linguiste e mentali tra adulti e bambini. Le favole divengono un valido sussidio terapeutico. I bambini molto spesso si identificano con i personaggi delle storie e accettano con entusiasmo le idee e le strategie risolutive che le favole propongono ai loro problemi. Esse inducono, infatti, i bambini a rielaborare in maniera giocosa la situazione problematica e a lavorare attivamente sul proprio comportamento. Diversi studi dimostrano l’importanza delle favole per lo sviluppo psicologico ed emotivo del bambino. Le vicende che sono narrate attraverso la favola hanno un profondo valore formativo che consentono la familiarizzazione con alcune componenti oscure del nostro mondo interiore. Esse si occupano di problemi umani, in particolar modo quelli che preoccupano la mente del bambino. La favola ha il potere di sottendere, tramite una sequenza di rappresentazioni simboliche, un significato esistenziale non altrimenti accessibile al bambino. Infatti, gli spiega che la vita è un percorso ad ostacoli che bisogna affrontare con coraggio e intelligenza; che è inevitabile il rischio di incontrare figure ingannatrici e che potremmo non riconoscere le figure positive che ci vorranno aiutare. La favola è un utile strumento perché i personaggi aiutano i bambini a distinguere il “giusto” dallo “sbagliato”, cosa che non sarebbe possibile nella realtà, perché presenta molte sfaccettature. Affinché la favola possa svolgere la sua funzione deve coinvolgere contemporaneamente tutti gli aspetti della personalità del bambino e questo senza mai sminuire la gravità delle difficoltà che lo affliggono, ma, anzi, prenderne pienamente atto e, allo stesso tempo, promuovere la fiducia in se stesso e nel suo futuro. Attraverso la favola si dà al bambino la possibilità di sognare, scoprire un mondo e soprattutto la possibilità di costruire la propria personalità e dignità. Un elemento essenziale della fiaba e’ quel ” C’ era una volta…”. Questo elemento introduce il lettore in una dimensione fantastica, stimolandolo a compiere un viaggio, attraverso l’ immaginario, nel tempo e nello spazio piu’ reale di quello di ” Ritorno al Futuro” o di una esperienza di una realta’ virtuale di oggi. Il legame che si forma tra leggere, narrare e raccontare, fa notare l’ utilita’ della fiaba in tutte le sue prospettive e puo’ permettere all’ uomo l’ immergersi nella totalita’ della vita con tutte le sue sfaccettature. Ormai il viaggio non costituisce piu’ per il bambino quell’ esperienza straordinaria e pericolosa che nelle fiabe popolari esprimeva anche la sofferenza del senso di lontananza e di abbandono.

                                                                  ” ” ” “Nelle fiabe non si insegna ai bambini che esistono I draghi, quello lo sanno gia’, si insegna ai bambini che I draghi si possono sconfiggere…” (Roberto Benigni).

                                                                     Dott.ssa Indovino Vanessa

La violenza e la famiglia

Soltanto in questi ultimi anni il fenomeno della violenza intrafamiliare, ed in particolare della violenza contro le donne nell’ ambito della famiglia, si e’ trasformata da una questione privata ad un problema pubblico. Fino a pochi decenni or sono, sulla base di un impostazione della famiglia vista come oasi di pace e di armonia da cui ogni forma di violenza e’ bandita, la donna che denunciava veniva vista come una deviante, una diversa che aveva fallito nel compito assegnatole dalle istituzioni e dalla societa’, ovvero di mantenere a tutti I costi, l’ unita’ familiare. Il fenomeno della violenza, specialmente quella intrafamiliare, e’ oggi diventata piu’ visibile, per vari motivi in quanto la famiglia, non e’ piu’ improntata su un modello patriarcale e non piu’ allargata, ma mononucleare o ricomposta, non riesce piu’ a nascondere I “panni sporchi” e a ” lavarli in casa”, perche’ sono venute meno le figure cuscinetto (ad esempio zii, cugini e nonni), che potevano agire per porre rimedio ai conflitti interni alla famiglia. E’ vero che lo scopo di certi membri della famiglia mirava spesso ad impedire che I conflitti trapelassero all’ esterno, ma e’ tutta via innegabile che la loro azione era di fatto rivolta ad interrompere la spirale della violenza, sottraendo la vittima al familiare violento o predisponendo situazioni familiari idonee a produrre il risanamento; l’ organizzazione dell’ apparato amministrativo, finalizzato a garantire l’ assistenza alla famiglia ed ai suoi singoli componenti nelle diverse situazioni di un percorso di vita difficile, mette in campo servizi socio-assistenziali e sanitari che entrano nella famiglia, attivano le proprie capacita’ di ascolto e riescono a captare I problemi dove prima sarebbe stato impossibile; il nuovo e diverso approccio culturale degli anni ’80 comincia a smantellare I vecchi archetipi sulla famiglia, la cui sacralita’ ed inviolabilita’, con I suoi ruoli cristallizzati e rigidi, non ammettevano deroghe neanche di fronte a casi disperati, e portavano a diffidare di ogni voce che denunciasse le colpe e I fallimenti, quasi che ogni denuncia significasse un pericolo di destabilizzazione o una delegittimazione dei ruoli chiave all’ interno di quest’ ultima; la nascita di linee telefoniche di aiuto che grazie all’ anonimato della denuncia, hanno reso possibile una diffusa ed immediata segnalazione del malessere e della violenza domestica; una nuova cultura veicolata dai centri di accoglienza alle donne vittime di violenze e delle associazioni di volontariato, che cercano di dare risposte alle situazioni di emergenza, e di sottrarre la donna e I bambini a situazioni di violenza per guidarli verso un processo di affrancazione, di autonomia, autostima e liberta’; I gruppi di auto-aiuto (self-help), creati da associazioni per donne che hanno subito violenza. Tali gruppi, che forniscono uno spazio protetto di ascolto ed accoglienza, offrendo alle donne fatte oggetto di soprusi la possibilita’ di  confrontarsi e di iniziare un percorso comune per fronteggiare le difficolta’ quotidiane, hanno dato un contributi notevole al problema della violenza domestica, rimarcando quanto sia decisiva nella prevenzione e nella protezione la rete di aiuto, sia in forma di ascolto che di consulenza; il cambiamento degli stili di vita e le maggiori possibilita’ nel campo del lavoro, apertesi a favore delle donne a partire dal dopoguerra, hanno portato, sempre piu’ frequentemente, alla conquista della indipendenza economica della donna. Cio’ le consente di affrancarsi con maggiore rapidita’ dalla situazione di violenza familiare, di attivare le proprie risorse, di prendere contatti con una rete relazionale piu’ ampia e di uscire dall’ isolamento messo in atto dai membri della famiglia. Secondo l’ Art.570 del Codice Penale ” il delitto di maltrattamenti in famiglia e’ costituito da una condotta abituale che si estrinseca in piu’ atti lesivi realizzati jin tempi successivi ma collegati da vincoli di abituabilita’ e da un’ unica intenzione criminosa di ledere in modo sistemico l’ integrita’ fisica e il patrimonio morale della vittima”.                                         Risulta evidente, che si e’ di fronte ad un comportamento, il maltrattare, che si realizza attraverso strategie di mortificazione, attuate tramite il potere ed il controllo esercitato sulle vittime.  Le pareti domestiche possono essere il teatro di frequenti violenze, anche perche’ talvolta la famiglia si trasforma in un sistema di attribuzioni dei ruoli maschili e femminili in cui prevale da un lato il modello di dominanza e dall’ altro quello di sottomissione. La violenza in famiglia, allora, non rappresenta soltanto l’ esplosione di un conflitto, ma lo sfogo di insoddisfazioni, tensioni, rabbie, frustrazioni. Possiamo pensare a questo ambiente familiare come traumatico, in quanto presenta elementi  quali la coercizione fisica e psicologica, la limitazione della liberta’ delle vittime, la paura, il senso di vergogna, di essere sopraffatti, di pericolo per le proprie incolumita’ o per quella degli altri, di impotenza, di umiliazione, di orrore e rottura dei confini personali. Il trauma legato alla violenza domestica e’ causato da eventi cui la persona viene ripetutamente esposta. E’ importante non solo come espressione della patologia di coppia, ma anche per le conseguenze sui figli, I quali ne sono spettatori e testimoni. Sono famiglie che per carenza di risorse egoistiche dei membri, non possono compiere le funzioni necessarie per un soddisfacente sviluppo familiare, nonche’ generare amore, diffondere speranza, contenere la sofferenza depressiva e creare le condizioni per poter pensare.                     Il lavoro terapeutico spesso deve affrontare problemi quali la scarsa autostima e la difficolta’ delle persone a distinguere un comportamento normale da uno violento, aspetto che crea numerosi malintesi e la ripetizione di situazioni traumatiche. E’ necessario che la vittima veda nel terapeuta una persona capace di accogliere empaticamente la sua vaga consapevolezza del malessere e capace di favorire la sua presa di coscienza, diventando portatore di autenticita’ e di sostegno del Se’ ferito e sofferente. C’ e’ dunque la possibilita’ di uscire dal ciclo ripetitivo della violenza. C’ e’ la speranza di un percorso evolutivo, favorito anche da risposte pedagogiche adeguate, che puo’ consentire alla vittima del maltrattamento di diventare un protagonista della propria vita, maturando una disponibilita’ emotiva e un’ attenzione rispettosa e tollerante alle nuove generazioni.                               E’ assolutamente necessario che, nei momenti di crisi I genitori, mantengano le loro funzioni di sostegno nei confronti dei figli che non sono ne’ la causa, ne’ I responsabili della crisi. In quanto sono fondamentali, insostituibili e quindi imperdibili. Come mi e’ solito fare in diversi miei articoli concludo con una citazione di Henri Laborit (1985,p.68)      ” Ci sono prigioni con barriere, ma ce ne sono di piu’ raffinate da cui e’ difficile fuggire, perche’ non si ha la consapevolezza di essere prigionieri”.

BIBLIOGRAFIA

– Amnesty International, 2008, Il terrore dentro casa. La violenza domestica nel mondo, Ega-Edizioni Gruppo Abele.        – Canu R., 2008, La violenza domestica contro le donne in Italia e nel contesto internazionale ed europeo. La Riflessione.                                                        -H. Laborit, 1985, La colomba assassinata, Milano.

 

L’adozione vissuta da entrambi I suoi protagonisti

Gli individui dati in adozione si trovano a dover affrontare una sfida evolutiva rispetto ai loro coetanei. Questa e’ una realta’ che molto spesso rimane in ombra vediamo dunque di interrogare piu’ da vicino questo mondo tanto complesso in modo da poter davvero comprendere I minori adottati spesso spettatori inermi del proprio destino.                                      L’ adozione e’ ormai divenuta, per la sua diffusione, un vero e proprio fenomeno sociale. Molte coppie, infatti, ricorrono ad essa per vedere realizzato il proprio progetto di genitorialita’. Essa favorisce l’ inserimento di minori abbandonati o I cui genitori non siano in grado di allevarli adeguatamente in famiglie che diano ogni garanzia in proposito.       Molte ricerche dimostrano che le carenze di accudimento solitamente non intaccano il senso di appartenenza reciproca dei membri di una famiglia questo e’ il motivo per cui I bambini mantengono intatto il senso di inclusione nella propria famiglia d’origine, a prescindere dalla sua adeguatezza, in quanto esprimersi come figli nella famiglia adottiva e’ possibile solo a condizione di continuare a viversi come figli nella propria famiglia d’ origine. I bambini che sono stati adottati non hanno ottenuto il soddisfacimento di molti bisogni tra cui quello fisico, di sicurezza, di relazioni costanti perche’ hanno alle spalle esperienze di abbandono e la presenza di genitori carenzianti fa crescere un senso confuso di se’,  disorientamento e vulnerabilita’ di fronte ai nuovi vissuti interni, relazionali ed esterni. Nei primi mesi di adozione, I bambini presentano un forte bisogno di sostegno e appoggio per sentirsi accettati e tentare di colmare il vuoto che sentono dentro di loro, in quanto il passato influenza il presente e anche il futuro, anche se non se ne ha memoria. Nell’ adozione viene richiesto al bambino un complesso lavoro di integrazione, in quanto un bambino adottato e’, prima ancora un bambino che e’ stato abbandonato, che ha perso parte della propria storia e che quindi dovra’, per proseguire adeguatamente il proprio processo di crescita, riuscire a sanare le ferite che porta dentro di se’. Devono riuscire ad integrare un passato rappresentato da dolore e confusione, con il presente costituito dalla nuova famiglia, che offre amore e protezione ma che e’, all’ inizio, sconosciuta e puo’ generare incertezza. Questo percorso si rivela piu’ semplice in eta’ prescolare, poiche’ e’ nell’ infanzia che il bambino acquisisce quella sicurezza fondamentale per il suo sviluppo e quelle certezze di essere accettato e amato, necessarie per la costruzione della personalita’.             Da numerosi studi tra cui quelli condotti da Smith e Brodzinsky (1994), si evince come I bambini in eta’ scolare manifestino maggiori problemi relazionali all’ interno del nucleo adottivo, si pongano maggiori quesiti temendo di poterne essere allontanati a causa del ritorno dei propri genitori biologici, dovendo affrontare  il paradosso di amare I propri genitori ma detestare la condizione d’ adottato in cui si trovano, vivendola come un qualcosa che sfugge al proprio controllo.                E’ necessario tuttavia rilevare che , se e’ vero che I vissuti di perdita sono comuni, varia fra loro l’ intensita’ dello stress esperito in funzione di cio’. Ne consegue che diverse sono anche le modalita’ di reazione del singolo di fronte al disagio che tale situazione gli arreca. La maggiore o minore capacita’ dimoxtrata nell’ adottare comportamenti adeguati, influenzera’ il corso successivo della sua esistenza. La risposta di un individuo al verificarsi di particolari eventi, esterni o interni, dipende dalla valutazione cognitiva che egli stesso effettua a tali stimoli, nonche’ dei bisogni in quel momento avvertiti come prevalenti, in quanto man mano che il soggetto progredisce lungo il proprio percorso di crescita, acquisisce una maggiore capacita’ di elaborazione mentale e sviluppa nuove esigenze. La difficolta’ dei neogenitori in questo compito, puo’ emergere nel dover riuscire a contenere comportamenti oppositivi e di rifiuto, pasxivi o di evidente compiacenza o totalmente ambivalenti. Per cui anche per I genitori si tratta di un percorso complesso ma possibile attraverso richieste d’ aiuto, assistenza e atteggiamenti di problem-solving (termine inglese che indica l’ insieme dei processi per analizzare, affrontare e risolvere positivamente situazioni problematiche) messi in atto, al fine di acquisire un maggior controllo sugli eventi della propria vita. Ogni volta occorre soppesare disponibilita’ e forze, verificare la solidita’ dei legami interni alla famiglia sapendo che chi vi entra porta sconvolgimenti impossibili da prevedere, moltiplica le occasioni di gioia ma da’ luogo anche a piccoli lutti da elaborare al termine della permanenza. Disporsi ad accogliere si delinea piu’ propriamente come espressione della responsabilita’ di andare alla ricerca vitale della propria dimora, che non e’ mai desolata e solitaria, ma aperta e in continuo compimento. Quando consegue questa consapevolezza si arriva ad una maturazione personale e familiare, in cui si apprende ad accettare diverse mentalita’ e rispettare le scelte che noi non avremmo mai fatto. La decisione di accogliere non e’ presa una volta per tutte, ma va riconfermata sempre, soprattutto quando la fatica e’ maggiore. La parte piu’ difficile sta nel guardare, da vicino, un voltoconcretoper lasciare che resti impresso nel nostro cuore, perche’ ogni suo dolore ci faccia male e ogni sua gioia ci renda felici. Questo consente ad un tempo di mantenere viva la speranza presso quei figli che hanno temuto di vedere disatteso ilvproprio desiderio di cure affettive, e di sostenere nei confronti dei loro genitori la possibilita’ di interpretare il proprio ruolo senza sentirsi gravati da dimostrazioni di riscatto e ineccepibilita’.                              Ogni persona che incontriamo nella nostra vita ci arricchisce perche’ nel bene o nel male ci lascia e ci insegna qualcosa, a volte con gioia altre con dolore ma senza di essa non saremmo maturati divenendo cio’ che siamo. Detto cio’ concludo con un passo di Antoine De Saint-Exupery.                        La rosa al piccolo principe: “Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che siano cosi’ belle. Se no chi verra’ a farmi visita? Tu sarai lontano e delle grosse bestie non ho paura, ho I miei artigli”, e mostrava ingenuamente le sue quattro spine. Poi continuo’: ” Non indugiare cosi’, e’ irritante. Hai deciso di partire e allora vattene”. Perche’ non voleva che io lo vedessi piangere. Era un fiore orgoglioso…”.

BIBLIOGRAFIA

– Brodzinsky D.M, Smith D.W., (1995), Parenting Adopted Children, in M.H Bomstein (ed), Handbook of Parenting. Status and SocialConditions of Parenting, Lea, New York, pp. 209-232.  – Oliviero Ferrarsi A., (2002), Il cammino dell’ adozione. Rizzoli, Milano.

Adolescenti e Autostima

Nel corso delle mie esperienze lavorative ho avuto modo di comprendere come gli adolescenti presentino ognuno il loro piccolo o grande problema dovuto al senso di inadeguatezza, ad un rapporto difficile con I colleghi, alla paura di affrontare gli altri o all’ incapacita’ di reagire di fronte alle dure prove a cui ci sottopone la vita. Queste difficolta’ nei ragazzi sono all’ ordine del giorno poiche’, trattandosi di un’ eta’ in evoluzione, non sempre essi riescono a rispondere in modo adeguato alle richieste che provengono dal mondo adulto e dalla realta’ esterna, che impone delle pretese che vanno ben oltre le loro possibilita’ oggettive. Tutto cio’ va’ inevitalbimente ad intaccare la propria autostima, necessaria alla formazione della propria personalita’.   La creazione delle relazioni sociali dipendono prevalentemente dalla socializzazione primaria( include la famiglia in quanto riguarda  I primi anni di vita di un bambino) e da quella secondaria( include la scuola e il gruppo dei pari in quanto rappresenta la fase successiva che dall’ inizio della scuola si protrae per tutto l’ arco della vita).         Per tale motivo in questo cammino, lungo e faticoso, composto da tanti passi fatti uno dopo l’ altro, gioca un ruolo determinante la famiglia quando I rapporti con I genitori sono informati alla serenita’ e alle gioie intime, in quanto I ragazzi hanno bisogno di crescere in un ambiente nel quale essi vengono tenuti in considerazione e siano coinvolti ed ascoltati, per acquisire una maggiore autostima che gia’ iniziamo a sviluppare fin dall’ infanzia e vita prenatale, visto che gia’ da allora cominciamo a percepire I pensieri della mamma e quello che pensa di noi. La famiglia e’ richiesta come condizione primaria perche’ l’ uomo si educhi, al fine che ogni uomo possa pienamente realizzare se stesso e deve farlo attraverso il dialogo e l’ orientamento alla crescita, imparando ad ascoltare, in quanto ogni figlio ha un suo linguaggio per esprimere bisogni, esigenze e priorita’ e soltanto sentendosi amati e compresi si ha la possibilita’ di potersi esprimere, percependo la propria famiglia come una base sicura da cui un adolescente possa partire per affacciarsi nel mondo esterno e in cui possa ritornare sapendo che per certo sara’ il benvenuto. Perche’ se nell’ infanzia e nella fanciulezza la famiglia e’ stata una base sicura, I problemi adolescenziali, sono piu’ facili da risolvere e una buona percezione di se’ diventa basilare per saper affrontare con serenita’ le difficolta’ piccole e grandi che si succedono nel ciclo della vita. Accanto alla famiglia si colloca la scuola in quanto luogo in cui si sperimentano il successo e il fallimento che sono I principali elementi che nutrono lo sviluppo del se’. E se gli insuccessi sono continui, essa non rappresenta fonte di gioia riducendo cosi’ la relazione col gruppo dei pari e costituendo un deficit per il soggetto. Dunque la creazione di un’ atmosfera positiva si rivela necessaria per la realizzazione di un’ educazione scolastica che consenta ai diversi membri di poter interagire come persone autentiche e di instaurare relazioni secondarie significative. Secondo la teoria dell’ apprendimento di Vygotsmij(1978), il contesto sociale rappresenta l’ aspetto costituente del processo di apprendimento stesso, inteso appunto come processo sociale e non individuale, in quanto I ragazzi crescono nella vita intellettuale di chi li circonda. Dunque, all’ anterno del processo di apprendimento il sistema del se’ acquista un ruolo determinante, in quanto il soggetto diventa piu’ motivato ad acquisire competenza quanto piu’ si percepisce all’ altezza del compito. E sara’ la paura del fallimento ad inibire ogni sua azione. Quindi l’ insegnante deve saper evidenziare sempre I successi  e non gli errori, instaurando un clima di partecipazione e dialogo, dando spazio alle relazioni di gruppo, colmando le esigenze affettive, fornendo loro gli strumenti per acquisire valori fondamentali come il rispetto per gli altri, il dialogo, la partecipazione a progetti comuni, la solidarieta’, il rispetto per l’ ambiente e l’ accettazione delle diversita’ attraverso tutta la sua professionalita’ e umanita’. Bisognerebbe concentrarsi piu’ su questi valori, che sono alla base della vita che sui compiti da assegnare. L’ istruzione e’ fondamentale ma anche saper stare nella societa’ lo e’ per cui bisognerebbe rivolgere l’ attenzione su questi temi e sviluppare una forma mentis piu’ responsabile e meno eccentrica e calcolatrice.                                               Voglio concludere questo argomento riportando una frase di Sacks (1985), ” Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi, possedere, se necessario, ripossedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo ripetere noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi. L’ uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua identita’ e il suo se'”.

BIBLIOGRAFIA

– Sacks O., (1985), The man who mistook his wife for a hat. Londo:Duckworth, p. 150.                                                                       – Vygotskij I., (1978), Il processo cognitivo. Boringhieri, Torino.

FAVORIRE LA PRATICA DELL’ATTIVITA’ MOTORIA DA 3 A 6 ANNI

Le competenze motorie sono fondamentali per la salute psico-fsica e per lo sviluppo “integrale” del bambino/a. In età prescolare la plasticità cerebrale favorisce le capacità di apprendimento in tutti gli ambiti di sviluppo, dal cognitivo al motorio, conferendo a questo periodo di vita grosse potenzialita’ ma anche grandi responsabilita’ da parte dell’ educatore.                                                        Le ricerche evidenziano che nella nostra società l’attività motoria nell’infanzia 0-6 anni viene vista come strumento per l’acquisizione separata di competenze cognitive, sociali ed emotive, mentre viene attribuito minor valore allo sviluppo motorio e all’apprendimento di competenze motorie. Inoltre, spesso si perde di vista l’aspetto salutistico, legato al benessere fsico. E’ indispensabile restituire all’attività motoria la sua valenza formativa per il benessere e la salute integrale della persona, in un clima di piacere del fare.                                 I dati della ricerca scientifca più recente mettono in risalto comel’apprendimento motorio avvenga se chi compie l’azione la indirizza ad uno scopo. Ad esempio, per imparare la presa di un cucchiaino il bambino dovrà prendere in mano il cucchiaino con lo scopo di “mangiare come fanno i grandi” o per far contenta la mamma. Lo scopo deve essere qualcosa che il bambino avverte come importante. È’ pertanto necessario che anche l’educatore abbia chiari gli obiettivi del suo lavoro.                           Una progettazione che tenga conto delle competenze motorie diventa la “trama” su cui costruire progetto.                             Il bambino/a dovrà a sua volta essere motivato a ciò che sta facendo e avere uno scopo identifcato per le sue azioni.  Perche’ favorire la pratica dell’ attivita’ motoria: 

– Salute: Sovrappeso e obesità infantile    L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda un’ora al giorno di attività motoria per promuovere il benessere fsico a tutte le età.                    La mancanza di attività motoria predispone a sovvrappeso e obesità in età infantile che favoriscono lo sviluppo di patologie cardio-vascolari e metaboli- che in età adulta.                                           La pratica di attività motoria modifca la sensazione di appetito nel bambino, promuove la ricerca di cibi meno calorici e abitua il bambino al movimento e a uno stile di vita sano.

– Salute: benessere psicofiskco, vita di relazione                                              Praticare l’attività motoria aiuta a migliorare le proprie capacità di prestazione, migliora l’autostima e l’autoeffcacia e contribuisce all’inclusione sociale: i bambini che sanno muoversi meglio sono i più scelti dagli amici.

– Sviluppo di competenze motorie          Le competenze motorie aiutano il bambino nella sua crescita globale. Ad esempio, lo aiutano a sviluppare la capacità di stare seduto, di tenere in mano una penna e di scrivere, con effetto sui risultati dei primi apprendimenti nella scuola primaria.    

-Percezione del rischio                    Maggiori competenze motorie contribuiscono a sviluppare la capacità di prevedere i pericoli.

Attivita’ motoria: motivazioni, emozioni e responsabilita’

Condizione indispensabile per l’organizzazione delle attività motorie è che i bambini/e provino piacere per ciò che stanno facendo.                                     Le emozioni sono fondamentali nell’apprendimento ed è indispensabile che il bambino abbia esperienze di vissuto positivo:

✓ ATTENZIONE AL LINGUAGGIO utilizzato con il bambino. Non dire: “non sei capace!” ma “se provi, un po’ alla volta impari”;

✓ VALORIZZARE i piccoli successi del bambino; ✓ DARE FEEDBACK positivi quando il bambino agisce, incoraggiandolo e sostenendolo.

– L’effetto pigmalione o profezia autoavverante                                    Studiato da Rosenthal”, signifca che se un insegnante è convinto che un bambino non sia predi- sposto per l’attività motoria lo tratterà inconscia- mente in modo diverso dagli altri bambini consi- derati “più portati”. Un po’ alla volta il bambino si autoconvincerà di non potercela fare e si applicherà meno, convinto che a nulla serva l’impegno. Calerà la motivazione e i risultati ottenuti saranno sempre più scadenti, andando a confermare la predizione dell’insegnante.                       La profezia funziona anche in positivo ed è dunque indispensabile creare nel bambino un circolo virtuoso:

aumento di autoeffcacia di percezione di esser bravi                                            aumento di impegno.                      aumento di motivazione.      esperienza di successo.

-Lo Sviluppo della responsabiltà e dell’autonomia del bambino        L’attività motoria è un ottimo strumento per promuovere responsabilità e autonomia nel bambino; allo stesso tempo, se usata male, l’esperienza motoria può diventare fonte di inibizione e frustrazione. In questo contesto il ruolo dell’adulto (e dell’inse- gnante in particolare) è estremamente importante.                                                     Di seguito riportero’ alcune indicazioni utili per sviluppare autonomia e responsabilità attraverso le attività motorie:

✓ PROPORRE ATTIVITÀ ADATTE A “CIASCUN” BAMBINO, che lo impegnino ma che allo stesso tempo permettano il raggiungimento di esperienze di successo.

✓ INDIVIDUARE LA ZONA DI “SVILUPPO PROSSIMALE” , cioè attività con un grado di diffcoltà che il bambino può superare con la mediazione di un adulto.

✓FACILITARE LA PRATICA MOTORIA: ad esempio, se un bambino vuole imparare a camminare in equilibrio su un asse l’insegnante può aiutarlo a salire, offrendogli il braccio. Quando ha raggiunto la posizione di equilibrio sull’asse l’insegnante si allontana dicendogli di provare a camminare da solo e qualora si sentisse cadere di “fare un bel salto” verso il basso. In questo modo il bambino non vivrà l’esperienza di “mancato equilibrio” come una sconfitta ma si concentrerà sul salto in basso. Risalirà poi sull’asse nel punto in cui ha effettuato il salto, sino a percorrere tutto l’attrezzo. Affinerà così le capacità di salto e di risalita, fino ad imparare a camminare in equilibrio.

– Come Si coinvolgono e si rendono consapevoli i bambini?             Organizzare momenti di discussione per sentire il parere e il signifcato da loro attribuito all’esperienza vissuta, per conoscere i loro desideri e le loro proposte per attività future.

 Chiedere di fare dei disegni al termine delle esperienze fatte.

 Chiedere al bambino di raccontare come ha vissuto l’esperienza fatta.

» Le basi del lavoro con i bambini: fantasia e entusiasmo                   I bambini vivono in un mondo fantastico! Una buona dose di entusiasmo è la componente ideale per stare con un gruppo di bambini!